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Smart Working, uno sguardo dall'interno. Il punto di vista di chi è in lavoro agile dopo un anno di pandemia

di: Roberta Uccello *

Un approccio nuovo

L’introduzione di novità nella vita quotidiana produce come effetto, nell’individuo, la manifestazione di una certa resistenza. Sia che si tratti di abitudini domestiche,

tecnologiche o lavorative, oppure quando il cambiamento coinvolge settori diversi della nostra vita, facendo convergere risorse e criticità in un calderone di problemi ai quali avevamo già da tempo posto una soluzione e quindi messo una pietra sopra, sono situazioni per le quali siamo costretti a rivedere dinamiche ed abitudini.
Immaginiamo quindi una famiglia di 3 o 4 persone, spesso allargata a nonni e zii (la famiglia nucleare non esiste quasi più) che oramai hanno stratificato le abitudini su orari, modalità di trasporto, tempo libero e qualche hobby, che improvvisamente si vede togliere il tappeto da sotto i piedi e finisce a gambe all’aria.
Inizialmente la frustrazione prende il sopravvento, è un meccanismo psicologico naturale che attiene alle dinamiche cognitive dell’individuo.
Inoltre, quando le restrizioni ed i cambiamenti avvengono forzatamente ed improvvisamente dall’esterno e non sono maturati gradualmente e naturalmente dall’interno del nucleo familiare, per sopraggiunte necessità o problemi, in particolare per dispositivi di legge dettati da una emergenza pandemica ancora in corso, le cose si fanno più critiche.
Ecco che ci troviamo confusi, disorientati ed anche male organizzati. Dobbiamo comprare computer e riadattare ambienti domestici. E sì, perché non siamo solo noi ad essere in lavoro agile, ma anche il resto della famiglia è nella medesima situazione.
Dobbiamo quindi riorganizzarci per essere nuovamente operativi.

La tecnologia? Cos’è?

La tecnologia, smartphone, computer e tablet sono diventati i nuovi elettrodomestici, i nuovi strumenti della vita quotidiana, assimilabili agli strumenti artigianali. Entrati da tempo nelle nostre case, sono spesso tali utilizzi ma non in modo organico bensì strettamente funzionale ed occasionale. Si usa quindi il computer in ufficio ma non a casa e solo per particolari tipi di programmi e compiti, mentre il cellulare viene usato per il tempo libero e spesso le telefonate sono effettuate dal telefono fisso di casa. Per non parlare di agende o rubriche telefoniche, in alcuni casi qualcuno usa ancora quelle cartacee e gli appuntamenti non sono condivisi digitalmente ma concordati alla vecchia maniera, dopo cena, agenda alla mano, sul tavolo di cucina ancora da sparecchiare.

Improvvisamente tutto ciò ha subito un cambio di paradigma. Sono entrate nelle nostre vite i gruppi di WhatsApp, le riunioni con Zoom, i registri scolastici digitali e le lezioni a distanza per i nostri figli. I documenti devono essere condividi e digitalizzati. Occorrono firme digitali, posta elettronica e posta certificate, per non parlare dello SPID, questo fantomatico cugino che non sapevamo di avere che orma è diventato necessario per accedere ai servizi pubblici.
In casa ormai si lavora in cucina, solo pochi hanno un angolo studio e con un armamentario di strumenti elettronici che nemmeno alla NASA avevano al lancio del primo uomo nello spazio.
E per che cosa? Per poi non riuscire nemmeno a fare il lavoro ordinario.
Si, perché, oltre al lavoro ordinario siamo costretti ad assistere una miriade di personaggi digitalmente svantaggiati, se non analfabeti. Il collega d’ufficio che non riesce ad accendere la webcam, il genitore del compagno di scuola di nostro figlio che non riesce a scaricare l’assegno.
Molti di loro, non tentano nessuno sforzo di adattamento e di acquisizione di nuove informazioni e cercano subito aiuto tra amici e parenti.
Inoltre, gli addetti ai lavori (tecnici e psicologi) registrano un aumento delle patologie da stress ed ergonomiche, derivanti da un uso improprio della tecnologia, senza attrezzature adeguate e metodologie corrette.

La vita digitale 4.0

In linea con gli altri paesi occidentali, l'Italia è connessa ad internet e possiede anche una buona presenza sui social media, come dimostrato dalla tendenza sempre in crescita sull'uso di internet, piattaforme social e nuove tecnologie.
Nei primi mesi del 2020 si è registrato un incremento del numero degli utenti online. Se da un lato sono quasi 50 milioni gli utenti connessi, 35 milioni solo le persone attive sui canali social.
Si, ma con che produttività?
Le famiglie presenti su internet che uso ne fanno effettivamente?
Sono in grado di apportare significativi cambiamenti nella vita di tutti i giorni?
Oppure sono connessi al web per usufruire della TV on demand e poi escono di casa per pagare la bolletta prelevando denaro contante al bancomat?
È quindi chiaro che la tecnologia non ha ancora apportato quel cambiamento profondo necessario per una digitalizzazione reale.
Purtroppo, non sempre è possibile innescare dinamiche innovative basandosi sull’introduzione di norme e regolamenti, vedi gli incentivi in tempo di pandemia.
E’ necessario creare un reale cambiamento dei bisogni proponendo nuove offerte di servizi che costringano la popolazione a migrare verso una effettiva digitalizzazione e questo significa digitalizzare la burocrazia ed i servizi pubblici e privati.
Su questo la pandemia sta offrendo una opportunità. Quella di anticipare processi di innovazione che altrimenti avrebbero impiegato un tempo maggiore per compiere il loro percorso evolutivo.

La farfalla ha sbattuto le sue ali, vediamo se finalmente arriva il tifone del rinnovamento.


 * Responsabile Ufficio Segreteria di Direzione del Centro

Redazione EuroIdee

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