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Nuovi spunti di riflessione a margine del tema dello sviluppo locale

di: Guglielmo Trupiano* e Pia Di Salvo**

1. Una breve premessa - Un blog a carattere scientifico, come è EuroIdee, in questo ultimo periodo del suo secondo anno di vita, non può esimersi dall’avviare un’occasione di riflessione

sui temi di natura e carattere strategico, come quelli di sviluppo locale, politiche territoriali e rigenerazione urbana. Questa riflessione deve necessariamente vivere e misurarsi in uno spazio di riferimento, ampio, mutevole e dinamico al tempo stesso, quale è quello europeo e ciò sia a livello culturale, socio-economico ed istituzionale. Le politiche specifiche, adottate in questo campo dall’Unione europea, non possono non influenzare quelle adottate a livello locale, regionale e nazionale. I diversi momenti, più che a dicotomizzarsi, tendono inevitabilmente ad influenzarsi reciprocamente. Ripartire dal territorio locale è stato in questi anni un indirizzo strategico assunto dalle politiche di sviluppo comunitarie e nazionali. Il territorio è stato visto non più come un supporto fisico e logistico per le forze produttive o come una semplice risorsa aggiuntiva per alimentare l’economia ma come un modo diverso di guardare agli stessi processi economici. Lo sviluppo, infatti, dopo la crisi della visione fordista, ha esplorato nuovi spazi possibili e ha trovato nelle peculiarità territoriali elementi per liberare nuove energie vitali e per governare la crescente complessità indotta dalla globalizzazione. Il territorio ha così conquistato una centralità decisa e caratterizzante nella teoria economica e nelle politiche pubbliche di sostegno allo sviluppo. La valutazione dei risultati prodotti rimane, però, materia controversa. Tutto questo determina una certa vaghezza e ambiguità delle scelte che si stanno compiendo per caratterizzare le politiche di sviluppo che si attiveranno nell’immediato e nel futuro prossimo. Quanti criticano l’approccio “sviluppo locale“ nello studio delle dinamiche territoriali, spesso prendono di mira i singoli strumenti attraverso i quali le politiche hanno operato e ne ricavano un bilancio insoddisfacente soprattutto sul piano dei risultati economici che non sembrano tali da aver prodotto delle effettive ricadute nei contesti locali, in grado di migliorare decisamente gli investimenti pubblici e privati, di accrescere l’occupazione ed il benessere della collettività (1).A questi critici si può obiettare che il bilancio, per essere corretto, deve essere fatto considerando l’insieme delle opportunità di cui territori hanno potuto beneficiare ma anche le accumulazioni pregresse, i percorsi di apprendimento e di acquisizione di capacità non direttamente collegabili a singoli strumenti utilizzati, spesso limitati a periodi temporali non adeguati per sviluppare un ciclo di azione completa.Anche alcuni sostenitori dello sviluppo locale arrivano a riconoscere che l’approccio “dal basso“ mostra limiti rilevanti proprio per gli impatti deboli sulle economie locali, tuttavia considerano positivi gli avanzamenti conseguiti in termini di crescita della capacità istituzionale locale e dell’acquisizione di consapevolezza da parte degli attori nell’operare collettivamente, in un contesto caratterizzato dalla presenza di capitale sociale (cooperazione, affidabilità, condivisione di conoscenze e di obiettivi eccetera). In effetti la mobilitazione delle istituzioni e delle amministrazioni presenti nel territorio è ormai diffusa, è cresciuta la capacità di questi soggetti di lavorare in forme associate e di partenariati pubblico-privato, è migliorata la loro capacità di cogliere le opportunità e le sfide che in particolare e negli ultimi tempi il nostro Paese ha lanciato, mettendo in campo, grazie anche alla notevole spinta esercitata dal contesto europeo di riferimento, programmi, strumenti e risorse a diversi livelli. Disconoscere gli avanzamenti realizzati sarebbe un errore. In qualche modo questi rappresentano il miglioramento delle “condizioni di contesto“ senza le quali è impossibile fare “germogliare” il seme dello sviluppo, in particolar modo sul piano del “locale“, come ben dimostrano i fallimenti cui sono andati incontro modelli di sviluppo esogeni che non hanno trovato un radicamento per l’appunto sul piano del locale. Se lo sviluppo è un processo di apprendimento sociale, tale processo deve essere continuamente alimentato e sostenuto e costantemente rinvigorito. Per questo un limite ancor più grave sarebbe quello di fermarsi allo stadio raggiunto, senza analizzare in profondità le criticità che permangono e che richiedono ulteriori investimenti finalizzati a rimuoverle.Apprendere dall’esperienza è un esercizio molto utile ma ancora poco praticato dal nostro sistema e quindi forte appare il rischio che la prospettiva non sia adeguatamente costruita partendo dalla valutazione partecipata e condivisa degli esiti cui sono approdate le politiche pubbliche finalizzate all’attivazione di processi ovvero di percorsi di sviluppo.Riproporre dunque metodi e pratiche di sviluppo locale per rafforzare l’azione pubblica nel suo complesso non può comunque essere inteso come una posizione acritica, né come sostitutivo di altri approcci di politica economica. Il localismo rischia di rappresentare una deriva difficilmente arrestabile a fronte della crescente complessità e difficoltà di adottare politiche e scelte sul piano globale. Le dinamiche proprie della globalizzazione, l’internazionalizzazione di competenze e di talenti oggi non disponibili nei contesti locali, la capacità di sviluppare nuove e più estese forme di cooperazione territoriale, la partecipazione alle reti lunghe, il rafforzamento dei processi partecipativi ed inclusivi sono tutti obiettivi senza i quali lo sviluppo locale non potrà concorrere al recupero della capacità competitiva dei territori, né sfruttare le opportunità della società della conoscenza e produrre innovazioni sociali ed economiche. Laddove questi sono stati perseguiti e/o parzialmente conseguiti, è visibile la differenza rispetto ai luoghi all’interno dei quali i diversi attori non sono riusciti a compiere tale salto di qualità. In questa direzione la Pubblica Amministrazione non può essere vista come un attore tra i tanti. Deve guidare verso le nuove mete, deve coordinare gli altri attori, deve acquisire, perciò, nuove competenze e conoscenze e innanzitutto riorganizzarsi e riformarsi (2).L’innovazione amministrativa è fondamentale per attivare l’innovazione di sistema, soprattutto in contesti fragili, dove lo stesso mercato incontra difficoltà a funzionare e dove la qualità crescente di servizi ai cittadini ed alle imprese diventa l’indicatore principale per misurare anche l’avanzamento dell’economia. Il concetto di sviluppo locale investe diversi temi nell’ambito della relazione tra politiche pubbliche e di investimento e le politiche per il territorio che riguardano, di volta in volta, i distretti industriali, le aree interne, le trasformazioni urbane, la competizione internazionale, le politiche per l’occupazione, il contrasto al cambiamento climatico. La relazione fra politiche di sviluppo e territorio è del resto un tema non nuovo, sebbene ancora da approfondire in termini di pratiche di valutazione e che (in ragione della sua complessità) presenta molteplici elementi di criticità, soprattutto nella costruzione di modelli applicativi affidabili e in grado di consentire la lettura del diverso impatto che le politiche hanno nei territori e nell’interazione fra politiche che insistono sullo stesso territorio (3).Non a caso, mentre sono diffuse analisi che informano sull’effetto delle agevolazioni sulle performance di impresa o del sistema di imprese, sono assai meno praticate analisi che si avventurano nello studio delle relazioni fra gli strumenti e lo sviluppo locale e nell’impatto di tipo macroeconomico dei programmi. In questo quadro (se ad esempio si guarda alle leggi che agevolano la costituzione e l’avviamento di nuove imprese) il tasso di iniziative finanziate rispetto alle domande presentate, la mortalità delle imprese finanziate, la tipologia di beneficiari secondo il grado di istruzione o la motivazione che spinge alla richiesta del contributo, sono informazioni di relativo facile accesso o reperibilità, ma di scarso contenuto informativo in termini di feedback per il decisore politico.Rappresentano dati fruibili in termini descrittivi, ma non permettono di guardare con la sufficiente cognizione di causa all’interno del programma che consente le agevolazioni.La risposta probabilmente non è neanche quella di valutare l’impatto complessivo sui sistemi economici delle leggi di agevolazione, considerata la difficoltà metodologica, il costo, la mole di informazioni necessarie a questo tipo di analisi e i risultati di alcuni studi che osservano come, data la mole relativamente circoscritta di beneficiari sul totale dei potenziali candidati e il gran numero di variabili da considerare, gli effetti positivi e quelli negativi tendono spesso a compensarsi rendendo assai difficile esprimere giudizi definitivi e innanzitutto complessivi.L’attività di promozione ed attivazione di iniziative di sviluppo locale non esaurisce la missione della pubblica amministrazione: lo sviluppo socio-economico è certamente una questione complessa il eredità degli ultimi decenni di dibattiti scientifici e politici, di intuizioni e sperimentazioni e che la teoria e al tempo stesso la pratica dello sviluppo locale non è una scienza esatta, ma soprattutto non è una scienza. La valutazione dell’efficacia delle politiche di sviluppo locale implica necessariamente alcuni problemi metodologici, poiché queste non si identificano con un mero processo di decentramento di risorse e di competenze dal centro alle periferie, bensì con una esperienza in cui, a fronte di contesti territoriali, sociali, economici privi dell’energia economica, sociale, culturale e finanziaria necessaria per uscire dalla trappola della dissipazione delle pur scarse risorse disponibili e/o allocate, si colloca l’autore delle politiche, l’attore pubblico, che non dispone delle informazioni necessarie a realizzare interventi mirati ed efficaci sulle politiche locali per consentirne lo sviluppo.La missione per l’attore pubblico il più delle volte diventa quella di supportare dal “centro” le forze espressione del territorio a canalizzare le risorse esistenti sul piano locale senza uno scenario “di sistema” a riferimento. L’evoluzione delle modalità di intervento della pubblica amministrazione si inserisce in un processo che, dalla creazione della moneta unica, ha introdotto la necessità di politiche di bilancio più rigorose e vincolistiche per gli Stati dell’Unione e riducendo notevolmente i mezzi finanziari a disposizione dell’intervento pubblico nell’economia, ha introdotto una logica di competizioni fra territori, non solo a livello locale ma anche e soprattutto a livello globale.

2. Quale futuro per lo sviluppo locale?

L’oggetto della valutazione si presenta quindi complesso ed impegnativo: si tratta, coerentemente con la filosofia alla base dell’azione, di implementare pratiche di valutazione che vadano al di là dell’analisi dei risultati dell’azione stessa (risorse impiegate e imprese incentivate) per considerare anche le caratteristiche che ne fanno uno strumento di incentivazione, il che pone, peraltro, la delicata problematica del reperimento e della gestione delle informazioni necessarie (4).
Una distinzione importante deve riguardare i diversi obiettivi di analisi: le realizzazioni fisiche dei programmi (che corrispondono agli obiettivi operativi dei policy makers) e gli impatti (o effetti di lungo termine, corrispondenti agli obiettivi globali).
Valutare gli impatti significa sostanzialmente, per chi è preposto a decisioni a carattere politico, collocarsi in un’ottica di lungo periodo e porsi il problema della “sostenibilità” degli interventi intrapresi: domandarsi cioè se ed in quale misura i risultati realizzati nel breve periodo hanno capacità di consolidarsi e di vivere di vita propria, autonomamente ai finanziamenti e/o dalle agevolazioni che li hanno determinati o dal supporto di cui può venire a disporre.
Questo tipo di impostazione introduce un nuovo scenario che ha sicuramente aspetti problematici legati alla definizione degli output attesi dalle strategie e dei corretti indicatori, nonché alla necessità di distinguere gli stessi risultati attribuibili al programma in valutazione da quelli derivanti da altri interventi e/o azioni a carattere locale o nazionale.
Il decisore pubblico deve essere in grado di leggere i contesti territoriali e di promuovere la loro valorizzazione. In una fase storica di competizione fra territori e fra i molteplici sistemi locali di sviluppo ai fini dell’utilizzo ottimale delle risorse per le istituzioni pubbliche è sempre più necessario dotarsi di modelli e strumenti di valutazione, di gestione e di controllo derivanti dal “privato“ da inserire in processi che salvaguardino comunque il valore pubblico delle iniziative assunte.
È necessario evidenziare la necessità per gli enti territoriali di partecipare all’insieme delle complesse e spesso contraddittorie dinamiche che vive il contesto socio-economico locale, scegliere percorsi di azione innovativi e forse più rischiosi del passato e favorire il miglioramento delle capacità istituzionali e amministrative come un obiettivo stesso delle politiche di sviluppo socio-economico.
Occorre necessariamente apprendere dalle esperienze e dalle azioni messe in campo e chiedere a quanti preposti alle attività di valutazione non solo quali sono i risultati di una specifica azione o se un risultato è ascrivibile con una altra azione, ma anche se uno strumento si è rivelato adeguato allo scopo assegnato, se ha funzionato e quali effetti ha ridotto nell’ambito dello scenario locale di riferimento.
Esaminare le prospettive future dello sviluppo locale rende necessario in prima istanza una valutazione più generale delle prospettive dello sviluppo del nostro Paese e sui soggetti che ne sono (o ne saranno) protagonisti (5).
In sostanza è necessaria, di fronte alle trasformazioni delle condizioni competitive, una maggiore capacità di integrazione di tutti i fattori che concorrono allo sviluppo da quelli direttamente produttivi, a quelli organizzativi, allo sviluppo della conoscenza delle risorse umane, alla ottimizzazione nell’utilizzo delle reti materiali ed immateriali.
Il tutto applicato necessariamente alla variabile territorio, tenuto conto della configurazione del nostro sistema economico caratterizzato da sistemi di imprese medie e piccole in tutti i settori.
In questa prospettiva lo sviluppo locale può rappresentare un elemento di forza e di stimolo, dovrebbe dotarsi di una nuova visione da parte di tutti gli attori coinvolti per la costruzione di sistemi produttivi territoriali a carattere complessivo con adeguate dimensioni ed economie di scala in grado di intrecciarsi alle reti lunghe dell’economia globale, dotate di strumenti decisionali e gestionali tali da regolarne la gestione e ottimizzarne la potenzialità.
Le regioni possono far valere una competenza legislativa sui diversi temi riguardanti lo sviluppo (innovazione, ricerca, mercato del lavoro, formazione dotazione infrastrutturale), i comuni rappresentano essi stessi gli attori di sviluppo, detenendo la proprietà e la gestione dei servizi pubblici locali.
Queste competenze e titolarità regionali e comunali vanno integrate, finalizzando il tutto alla costruzione di quelle che potremmo definire come vere e proprie “alleanze locali per lo sviluppo“ da non intendersi come aggregati burocratici o come nuove forme di apprendimento del sistema decisionale, bensì come razionalizzazione dell’esistente sede di governance condivisa tra istituzioni/imprese/società civile per ottimizzare azioni locali finalizzate alla coesione socio-economica.
Finalizzare le azioni dei soggetti operanti nel campo dello sviluppo locale alla costruzione di piattaforme di sviluppo, vuol dire anche dar vita a processi di liberalizzazione, ad esempio, nei servizi pubblici locali e in generale nelle utilities che promuovano la concorrenza positiva tra soggetti economici privati nell’ambito di una regolazione pubblica efficace e trasparente.
Realizzare con nuove modalità progetti di sviluppo locale è di fondamentale importanza nelle aree del Paese in ritardo di sviluppo, in particolare nel sud. Il tema dello sviluppo locale, con particolare riferimento al Mezzogiorno, dovrà sapere non solo conquistare le necessarie risorse nella ripartizione interna, ma soprattutto, dare prova di una rinnovata capacità di saperle gestire con una governance condivisa e con obiettivi concreti e realizzabili, investendo in efficienza, efficacia e trasparenza nella gestione delle stesse.

3. Alcune nuove indicazioni

Per quanto riguarda nello specifico la questione dello sviluppo locale in una macro-area quale quella rappresentata dal Mezzogiorno d’Italia, più che riprendere considerazioni di carattere generale o richiamarci alla più recente saggistica, riteniamo opportuno fare riferimento ad alcuni degli approcci più recenti, che affrontano la questione dell’arretratezza in generale del sistema economico e sociale del sud e della relativa debolezza dei “sistemi di sviluppo locali”, in maniera innovativa e particolarmente stimolante (6). Riteniamo fare riferimento, in particolare, al metodo del “leapfrogging” (letteralmente “salto della rana”) ovvero alla possibilità, attraverso il ricorso alle nuove tecnologie ed ai processi di innovazione, che aree scarsamente industrializzate e “forti” sul piano di sistemi di produzione letteralmente “saltino” questa dimensione per andare a competere a livello nazionale ed internazionale, puntando proprio sulle nuove tecnologie, pure in carenza di una fase produttiva forte, di una soddisfacente infrastrutturazione dei territori, di “economie esterne”, eccetera (7).
Inoltre intendiamo fare riferimento al concetto di “Civic and engaged University”, di Università civica ed impegnata, che funge da vero e proprio “perno” per la società, per i contesti locali, per gli stessi processi di sviluppo economico e sociale in ambito urbano e territoriale. L’Università civica ed impegnata svolgerà un ruolo chiave e determinante nello sviluppo della città e del territorio più in generale, cooperando con gli altri attori istituzionali, sociali ed economici, unendo tutti questi diversi soggetti all’interno di un contesto unitario di riferimento; con il rapporto con la società civile, da una nuova alleanza fra Università e città-territorio, ogni Ateneo potrà a sua volta farsi “civico”, andando a rappresentare un vero e proprio perno, un autentico volano di sviluppo, su cui costruire, articolare ed attivare i grandi processi di cambiamento per la coesione economica e sociale (e culturale) della comunità locale (8). Questo sostanzialmente è il modello della “Civic and engaged University”, ovvero quello di una Università civica attiva e protagonista nel piano locale e su quello globale, che opera ed interagisce con tutti gli altri attori e soggetti presenti ed operanti nel territorio, con le istituzioni, con le imprese, con il terzo settore e con la società civile complessivamente considerata. Ragionare oggi di “leapfrogging” e di “Civic and engaged University”, di “salto della rana” e di “Università civica ed impegnata”, in rapporto ai grandi temi del declino del Mezzogiorno, della “fuga dei cervelli” dalle regioni del sud, del futuro dello sviluppo locale in aree prevalentemente problematiche come sono quelle meridionali, vuol dire introdurre nuovi elementi di riflessione e al tempo stesso offrire al dibattito nuove opportunità di confronto, anche per “rinverdire” dei temi che oggi appaiono con evidenza non essere al centro dell’interesse, non solo dell’opinione pubblica, ma anche di stessi “addetti ai lavori”. Per quanto riguarda il tema del “leapfrogging”, questa particolare impostazione alla questione rappresentata delle aree in ritardo di sviluppo ovvero svantaggiate, consentirebbe di colmare ritardi ed errori, puntando sulla valorizzazione (attraverso l’impiego e gli incentivi all’impiego delle nuove tecnologie informatiche e non offerte dal mercato) di un fattore decisivo che nelle aree del Mezzogiorno abbonda ovvero il capitale umano prodotto da una fitta rete di Atenei ed istituti superiori di grande qualità (in alcuni casi di eccellenza) che opera proprio in queste aree e che vi opera in maniera significativa e positiva, nonostante le tante diseconomie esterne presenti e consolidate da dopo l’unità nazionale (9). Unire le tante opportunità insite in questo capitale umano ragguardevole, in questo enorme ed ineludibile “serbatoio di intelligenze”, alle molteplici opportunità rappresentate delle nuove tecnologie, dalla internazionalizzazione di tanti processi e fattori, dalla possibilità di investire in innovazione, nella cultura e nelle produzioni locali di qualità, negli antichi mestieri espressioni di tradizioni, di usi e costumi del territorio, superando i gap pluridecennali nella infrastrutturazione fisica del territorio ancora oggi esistenti e persistenti, vuole dire attraverso il metodo del “leapfrogging” offrire una risposta convincente a tempo stesso vincente alle esigenze di decollo, di sviluppo e di coesione economica e sociale dell’intero Mezzogiorno. Se guardiamo al ruolo complessivamente svolto dalle istituzioni politiche meridionali (sovente così inefficienti e inefficaci, dotate di burocrazie autoreferenziali, poco trasparenti, per non dire peggio…) il discorso si farebbe inevitabilmente pessimistico equiparando fatalmente .anche il “leapfrogging”, la possibilità di dare vita al “salto della rana” per fare competere anche i sistemi locali del mezzogiorno a livello locale e globale, alle tante occasioni perdute e/o sprecate nel nostro svantaggiato e (disgraziato) sud.
Accantoneremo quindi anche l’opportunità rappresentata dal “salto della rana” così come abbiamo accantonato fra le tante le opportunità rappresentate dall’intervento straordinario, dall’ormai “mitica” Cassa per il Mezzogiorno, dalla breve ma stimolante stagione di patti territoriali e dei contrtatti di area e della programmazione negoziata, condanneremo definitivamente le giovani generazioni acculturate e professionalizzate del sud ad emigrare non solo al nord, ma anche in Europa e ancora più lontano, come i loro antenati dei due secoli precedenti, magari sostituendo la valigia di cartone con il trolley ed il pc ultraleggero?!? (10).
Ebbeno no…!!!
Attraverso la teoria, la pratica e la “vision” rappresentata dalla “Civic and engaged University”, sono proprio gli Atenei del sud, insieme alle reti rappresentare agli istituti superiori di eccellenza, a fare da traino, a porsi come veri e propri “catalizzatori” dei processi di sviluppo, facendo da vero e proprio “perno” rispetto ad “alleanze locali per la coesione e lo sviluppo”, ponendosi come guida per le istituzioni locali, per il terzo settore, per l’imprenditoria locale, per la società civile e questo allo scopo di offrire al capitale umano formato a livello locale delle opportunità concrete di affermazione e di crescita all’interno del proprio territorio di appartenenza, fornendo loro reti locali di riferimento, reti globali di confronto, assistenza tecnica e sinergie, visioni di sistema, tutti elementi questi indispensabili per far crescere imprese innovative al sud e per il sud, per valorizzare le culture locali, per dare nuova linfa agli antichi mestieri ed alle tradizioni che rischiano di scomparire, per portare, in estrema sintesi, le eccellenze e le intelligenze esistenti a livello locale a competere a livello globale (11).
Per concludere questa breve riflessione, il “leapfrogging” unito alla nuova visione della “Civic and engaged University”, non rappresenta soltanto una novità ovvero una moda passeggera nel dibattito e negli studi relativi all’arretratezza del Mezzogiorno, alla emigrazione delle giovani generazioni, alla debolezza del sistema produttivo del sud, bensì costituisce una opportunità concreta, se colta dagli interlocutori istituzionali, come dalla rete delle Università del Mezzogiorno, per dare vita ad una nuova visione di sistema, ponendo il “leapfrogging” e la “Civic and engaged University” in un nuovo, organico, compiuto modello di sviluppo che fornisca opportunità concrete al sud, puntando sul gigantesco “serbatoio di intelligenza” disponibile in loco e sulla immensa potenzialità offerta dalle nuove tecnologie.


*Guglielmo Trupiano (Direttore Centro Interdipartimentale “Raffaele d’Ambrosio” LUPT Università degli Studi di Napoli Federico II)
**Pia Di Salvo (Centro Europe Direct “Maria Scognamiglio” L.U.P.T. - Responsabile Front Office e supporto al reporting, Indagini, sondaggi e statistiche, Diffusione iniziative e rapporti con Ufficio stampa e Radio F2 di Ateneo)

Note
(1) Sul tema dello sviluppo locale, alcuni dei testi più recenti:
S. Spillare, Cultura della responsabilità e sviluppo locale, Franco Angeli, 2019.
P. A. Mori, J. Sforzi, Imprese di comunità. Innovazione istituzionale, partecipazione e sviluppo locale, Il Mulino, 2019.
M.C. Federici, A. Romeo (a cura di ), Sviluppo locale e sicurezza, Carocci, 2017.
A. Bernardoni, A. Picciotti, Le imprese sociali fra mercato e comunità. Percorsi di innovazione per lo sviluppo locale, Franco Angeli, 2017.
A. Angelini, A. Bruno, Place – Based. Sviluppo locale e programmazione 2014-2020, Franco
Angeli, 2016

(2) Sul tema della innovazione amministrativa:
V. Pedaci, Scienza dell’amministrazione. Teoria organizzativa ed innovazione amministrativa, Edizioni Giuridiche Simone, 2011.
M. Zavani, P. Di Toma, L' innovazione nei processi amministrativi delle PMI, Franco Angeli, 2013
S. Ambrosino, Governo del territorio. Scenari economici ed innovazioni amministrative, Jovene, 2016

(3) Alcuni dei testi di approfondimento in relazione al tema delle politiche di sviluppo rapportate al territorio:
L. Ciappetti, Lo sviluppo locale. Capacità e risorse di città e territori, Il Mulino, 2010.
F. Trapani, verso la pianificazione territoriale integrata, Franco Angeli, 2009.
S. Spillare, Cultura della responsabilità e sviluppo locale, Franco Angeli, 2019.
C. Bevilacqua, Politiche di sviluppo e pianificazione territoriale tra innovazione e prassi ordinaria, Gangemi, 2002.
M. Castellet, M. D’Acunto, Marketing per il territorio. Strategie e politiche per lo sviluppo locale nell’economia globalizzata, Franco Angeli, 2008.

(4) Il discorso fatto in queste brevi riflessioni sul tema della valutazione riferita all’impatto delle politiche di sviluppo, è giocoforza appena accennato. Per un approfondimento maggiormente adottato:
E. Battaglini, sviluppo territoriale. Nel disegno della ricerca alla valutazione dei risultati, Franco Angeli, 2014
M. Florio, La valutazione degli investimenti pubblici. I progetti di sviluppo nell’Unione europea e nell’esperienza internazionale. Volume II. Franco Angeli, 2006
G. Moro, Lo sviluppo nascosto. Fattori sociali e valutazione delle politiche per il Meridione,
Carocci, 2004.

(5) Alcuni testi sul tema delle prospettive future per lo sviluppo locale:
C. Borgomeo, L’equivoco del Sud. Sviluppo e coesione sociale, Laterza, 2013.
G. Darbeni, A. Palmisano, La coesione europea. Una politica per il futuro da realizzare attraverso valori comuni, con funzioni territoriali, sviluppo locale e macro-aree, Edizioni Goliardiche, 2011.
A. Ruffino, C. Pizzo, Intelligenza territoriale come propulsore di sviluppo sostenibile, Franco Angeli, 2012.
O. Guerra, Lo sviluppo sostenibile. Vivere pensando alle generazioni future, Bibliosofica, 2011.

(6) Sui ritardi di sviluppo per il Mezzogiorno, confrontare:
P. Busetta, In giro per il mondo il sud nel cuore. Mezzogiorno fra ritardi ed opportunità, Liguori, 2009.
G. Pittella. A. Lepore, Scusate il ritardo. Una proposta per il Mezzogiorno d’Europa, Donzelli, 2015.

(7 ) Sul tema del “leapfrogging”, si segnala un recentissimo articolo: “Sud, il salto della rana per il
Rilancio” di Stefano de Falco “Il Mattino”, 14.11.2019.

(8) In merito alla problematica della “Civic and engaged University”:

(9) Particolarmente stimolante è il tema del rapporto fra il capitale umano e lo sviluppo del Mezzogiorno: per un approfondimento di merito, si confrontino:
C. Sada (a cura di), La centralità del capitale umano. Nuovi sguardi sul Mezzogiorno Euroedizioni, 2011.
M. R. Carrillo, A. Zazzaro, Istituzioni, capitale umano e sviluppo nel Mezzogiorno, E.S.I., 2001.
R. Brunetta, L. Tronti, Capitale umano e mezzogiorno. I nuovi termini della questione meridionale, Il Mulino, 1994.
F. S. Coppola, G. Formiggini, Capitale umano, capitale sociale e sviluppo economico nel Mezzogiorno, Giannini, 2009.

(10) M. Mirabelli, L’istituzionalismo amorale. L’esperienza dei patti territoriali in una regione del Mezzogiorno, Rubettino, 2002.

(11) Particolarmente ricca e stimolante è la produzione saggistica di Pino Aprile. Maggiormente attinenti al tema:
P. Aprile, Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiano del sud diventassero “meridionali”, Pickwick, 2013.
P. Aprile, Mai più terroni. La fine della questione meridionale, Piemme, 2012.
P. Aprile, L’Italia è finita. E forse è meglio così, Piemme, 2018.

Redazione EuroIdee

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