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Il Complesso Bellini

di: Cira De Crescenzo*

Un complesso che ha un interesse storico - artistico di notevole rilievo è quello di Sant’Antoniello a Port’Alba, ubicato in Napoli alla Piazza Bellini.

È un bene immobiliare di proprietà del Comune di Napoli ed in uso dell’Ateneo Federiciano. Attualmente il complesso ospita la Biblioteca di Area Umanistica e l’omonima Chiesa.

Gli edifici che concorrono alla costituzione del complesso sono il Convento di S. Antoniello a Port'Alba ed il Palazzo Conca, per una superficie di ca. 5.700 mq coperti e 3.360 scoperti. Il primo, in passato Monastero di Sant'Antonio di Padova a Port'Alba, trova le sue origini nella seconda metà del Cinquecento, quando la fondatrice del complesso, suor Paola Cappellano, ottenne di poter aggregare una serie di case per la fondazione del Monastero. Il Monastero di S. Antonio di Padova si trovava in una zona, a ridosso delle mura della città che comprendeva vari palazzi nobiliari. In particolare, tra le strutture che progressivamente furono incorporate nell'area conventuale, vi erano due palazzi quattrocenteschi, uno appartenente a Onorato Gaetani, conte di Fondi e poi duca di Traetto, e l'altro a Scipione Pandone, conte di Venafro e poi duca di Bojano. Il primo palazzo esisteva già nel 1445, quando il conte di Fondi fece eseguire alcuni lavori nelle sue case poste "in la contrata volgarmente nominata porta don Urso". Questa casa - pervenuta ad un suo nipote anch'esso Onorato conte di Fondi e duca del Traetto - fu posseduta ed abitata dalla famiglia Gaetani fino al 1528, quando sia Onorato che il figlio Federico furono giustiziati come ribelli. Il secondo palazzo, dall'altro lato del vicolo, fu acquistato nella seconda metà del Quattrocento dal conte di Venafro; in seguito pervenne al nipote Enrico, anch'esso giustiziato nel 1528. I beni del ribelle furono confiscati e dati, intorno al 1530, a Ferdinando Alarcon, marchese della Valle Siciliana. Nel 1535 l'Alarcon acquisì anche il palazzo del duca di Traetto e poco dopo fece costruire una loggia sopra il vicolo allora esistente per consentire il collegamento tra i due edifici. Alla sua morte, avvenuta nel 1540, lasciò le case ai nipoti Ferdinando e Alvaro Mendoza. Tra il 1543 e il 1547 furono costruite le nuove mura della città - dal torrione di S. Giovanni a Carbonara fino alla porta Reale vecchia - e fu sistemata la nuova strada di S. Maria di Costantinopoli. Nel 1570 il palazzo degli Alarcon fu acquisito da Giulio Cesare de Capua, principe di Conca, il quale, alla sua morte (1591) lasciò al figlio Matteo oltre che una ricchissima eredità anche il palazzo "ove teneva una corte propriamente da re ed una stalla di più di 100 cavalli di maneggio". Il principe di Conca nel 1592 ospitò Torquato Tasso, presente il giovane poeta Giovan Battista Marino, che si trattenne tre mesi nella splendida dimora. Ma l'immensa fortuna accumulata da Giulio Cesare de Capua fu dilapidata dai suoi eredi e, dopo la morte dell'omonimo nipote (1631) e del pronipote Matteo (1632) senza figli, il palazzo fu prima dato in locazione e poi ceduto nel 1637 alle monache di S. Antonio di Padova. Probabilmente ai di Capua si deve l'abbassamento dell'antico livello dell'attuale piazza Bellini fino alla quota di via Costantinopoli (fine Cinquecento). Per questo motivo oggi i portali quattrocenteschi risultano sopraelevati e l'ingresso del monastero di Sant'Antoniello si raggiunge tramite lo scalone monumentale. A causa del terremoto del 1694 il Palazzo Conca fu notevolmente danneggiato per cui le monache decisero di demolire le strutture lesionate e costruire, su progetto di Arcangelo Guglielminelli, un nuovo grande chiostro che troviamo rappresentato, anche se poi eseguito solo in parte, nella pianta settecentesca del duca di Noja. Con questo intervento furono conservate solo due facciate del vecchio palazzo ed al posto delle originarie e grandi finestre furono realizzati altri vani a diversa altezza a servizio dei nuovi piani; ciò spiega la presenza sul parametro antico dei grandi vani murati, con le cornici originarie scalpellate. Gli antichi portali furono coperti e l'intero paramento fu trattato con un sottile strato di stucco di colore rosso, ancora oggi visibile in un quadro di Antonio Joli, conservato in Inghilterra nella collezione Montagu Beaulieu. Il quadro, eseguito durante il soggiorno napoletano del 1759, riporta la nuova configurazione della facciata, opera di Giovanni del Gaiso, e la nuova scala in piperno e marmo realizzata nel 1757 su progetto di Casimiro Vetromile.

Nel 1808, a seguito della soppressione degli ordini religiosi disposta dal governo francese, furono espulse le suore francescane ed il complesso fu assegnato alle terziarie mantellate del Conservatorio dell'Addolorata del vico Lava, che vi rimase fino al 1925, quando subentrarono prima le suore salesiane e poi, nel 1976, le Piccole Ancelle di Cristo Re.

La Chiesa, di dimensioni alquanto contenute, è costituita dalla navata con tre incassi per ciascun lato dove sono sistemati quattro altari; la zona presbiteriale con cupola è occupata per la maggior parte dell’altare maggiore. La costruzione della chiesa è documentata a partire dal 1575, mentre la consacrazione e dedica a S. Antonio da Padova avviene nel 1579. Dalla Santa Visita compiuta nel 1642 dall’Arcivescovo Filomarino nel monastero, si desume che la chiesa era allora dorata di quattro “altaria collateralia” dedicati a S. Antonio, a S. Giuseppe, alla Beata e al Crocifisso; pochi anni dopo (1645) si ha notizia della decorazione eseguita in tre cappelle della chiesa ad opera degli stuccatori Francesco Cristina e Silvestro Faiello. Questi dovevano decorare le due cappelle a mano destra e una cappella sul lato sinistro con “arcate, pelieri et festoni e puttini e fogliaggini” conformi a quelli già esistenti nell’altra cappella della madonna Santissima. Nello stesso anno Bernardo esegue il famoso quadro di S. Cecilia in estasi, già in una cappella del lato dell’epistola ed oggi al museo di Capodimonte.

Il completamento degli stucchi della Chiesa, invece, risale al 1683 quando viene incaricato lo stuccatore Domenico Santullo: il Celano nel 1692 scrive che “la chiesa vedesi modernata da vaghi stucchi”. Nel Settecento, e precisamente tra il 1723 e il 1731, la chiesa si arricchisce di altari di marmo realizzati dal marmoraro Giuseppe troccola e di preziose gelosie, con l’opera dell’indoratore Vito Caiazza. Infine l’ultima trasformazione riguarda la realizzazione della nuova sagrestia sul lato destro dell’ingresso, eseguita negli anni 1740-1743. La chiesa è ad unica navata lunga 13,50 mt e larga 8,50 mt; i muri longitudinali nella parte inferiore hanno spessore variabile (mt. 1,20 nei piloni e mt 0,35 nelle nicchie) per la presenza di cappelline laterali che costituiscono nicchie voltate a tutto sesto nel muro. Nella parte superiore lo spessore del muro è invece pressoché costante (1,00 mt) e presenta tre grosse finestrature su ogni lato in corrispondenza delle nicchie sottostanti; la copertura della navata è costituita da un tetto a falda, retto da sette capriate lignee. L’altezza della navata è di 14,00 mt fino all’appoggio delle capriate e di 18,0 mt quella complessiva. Il transetto di pianta quadrata, definita dai quattro piloni d’angolo, da un arco trionfale a tutto sesto e da tre archi incassati nelle murature del perimetro, è coperto da una cupola semisferica con la lanternina che poggia su un alto tamburo.

La chiesa di S. Antoniello da alcuni anni è stata chiusa al pubblico a causa della caduta di frammenti di stucco che ornano linterno della cupola. Oggi si presentano lesioni in chiave all’arco trionfale e al successivo arcone incassato nella parte terminale del transetto. Inoltre, vi si presentano lievi lesioni lungo i meridiani della cupola ed alcune lesioni verticali lungo i sottostanti muri perimetrali. A causa di infiltrazioni d’acqua derivanti sia dagli infissi che dal manto di copertura della cupola, gli stucchi (in particolar modo quelli prossimi all’arco trionfale) hanno subito deterioramenti e distacchi. Oggi le cause del deterioramento sembrerebbero essere state risolte con il rifacimento dell’impermeabilizzazione della cupola e la sostituzione degli infissi della lanternina.
L’intervento di messa in sicurezza degli stucchi della Cupola della Chiesa, prevede:

  • la realizzazione di una campionatura (Tassello stratigrafico) eseguito da un restauratore specializzato che chiarisca le caratteristiche stratigrafiche delle decorazioni;
  • un’accurata mappatura delle zone di stucco incoerenti e la successiva rimozione delle parti distaccate;
  • la pulitura della superficie dell’intonaco;
  • il consolidamento e fissaggio degli stucchi secondo il processo dettagliato negli allegati tecnici;
  • la raschiatura parziale di tinte e pitture eseguite con spatola e raschietto, limitata alle sole parti staccate o in fase di distacco;
  • Fissaggio del colore.

Tutte le operazione sono state eseguite da e sotto la direzione di un restauratore specializzato.


 *Architetto, Ufficio Tecnico Ingegneria Strutturale ed Architettura, Università Federico II di Napoli

Redazione EuroIdee

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